domenica 21 ottobre 2012

Ministro, mi ascolti, spenga la tv

E niente, a volte il tempismo è tutto. E se è sbagliato a si sposa a una tragedia, diventa quasi ridicolo. Succede che qualche giorno fa Faddy Abboud, il ministro libanese del turismo, ha minacciato di portare in tribunale i produttori di Homeland. Nella seconda stagione in onda negli Usa, infatti, si vede una riunione di terroristi ad Hamra Street, che viene dipinta come un covo di Hezbollah. La scena, in realta', e' stata girata a Gerusalemme e ha fatto andare su tutte le furie il ministro.
"Non e' stata ripresa a Beirut e non rappresenta la vera immagine di Beirut, infatti si vede Hamra Street pattugliata dai miliziani, mentre nella realtà è una strada di ristoranti e bar alla moda", ha tuonato l'esponente del governo, secondo cui "questi film rovinano l'immagine del Libano, siamo pronti a portare in tribunale i produttori dello show".
Peccato che un paio di giorni dopo sia esplosa proprio nella capitale un'autobomba che ha provocato otto morti, riportando il terrore in Libano. Una coincidenza, certo. Quel che è certo è che Faddy Abboud da domani non avrà più il tempo di guardare la tv, dovrà lavorare davvero per ricostruire l'immagine turistica del Libano. Un'altra volta.

martedì 12 giugno 2012

Games of Thrones e la satira della finanza

   La seconda stagione di Games Of Thrones è appena andata in archivio negli Usa e anche da noi. Della sua bellezza stilistica, del suo essere avvincente, si è detto molto. E a ragione. Ma la serie è anche altro, è lo specchio in un mondo fantasy del nostro stesso mondo. E se pur ambientato in un tempo lontano, in cui l'esplosivo si chiama altofuoco ed è preparato dai maghi, ci si può facilmente leggere una satira feroce dei giorni nostri.
   In particolare questo aspetto è stato nella seconda stagione appannaggio di Daenerys, la madre dei draghi (cosa che ci ricorda forse un po' troppo spesso). Lei finisce a Qart, una città di ricchi mercanti che sispartiscono anche il potere politico.Uno di essi, il più ricco, la accoglie, ma in realtà sta tramando contro di lei. Salvata dai suoi draghi, Daenerys si vendica e va ad aprire l'enorme camera blindata del riccone, solo per scoprire che è vuota. "Grazie per questa lezione che mi hai dato", dirà la Targaryen al finto miliardario. Una lezione che ha dovuto imparare, ad esempio, anche l'America dei mutui subprime, quella dei grattacieli panoramici, sedi di banche che avevano in realtà i forzieri pieni di carta straccia. Nell'ultimo episodio della stagione, quindi, GoT non risparmia una feroce critica del capitalismo finanziario moderno che ha innescato questa crisi.
   E chissà che lo sferzante finale non abbia a che fare con la storia personale di uno dei creatori e sceneggiatori di Games of Throne. Spulciando sul web vien fuori infatti che David Bienoff, lo sceneggiatore principale della serie, noto negli Usa come scrittore per La 25esima ora, si chiamava alla nascita David Friedman e suo padre è stato presidente di Goldman Sachs oltre ad aver ricoperto incarichi governativi in materia finanziaria. Ebbene, David che fece da ragazzo? Rinnegò il cognome del papà e decise di farsi chiamare Bienoff, il nome della madre. Che non amasse il mondo della finanza? Possibile.

sabato 5 maggio 2012

Hell on Wheels, dal selvaggio West alla Fiat di Melfi

   Qualche settimana fa ho seguito un incontro a Napoli, sulla Fiat e sui diritti dei lavoratori. Tra gli ospiti c'era anche Giovanni Barozzino, uno degli operai della fabbrica di Melfi che erano stati licenziati nel 2010 per un presunto sabotaggio.
   Barozzino su quella vicenda ha scritto anche un libro e, raccontandola, disse che quando venne licenziato con l'accusa di essere un sabotatore della fabbrica: ''Mi sentii - disse - come se una mattina qualcuno si fosse svegliato e avesse deciso chi io dovevo essere''.  Quella frase mi restò non so perchè impressa e mi è tornata alla mente qualche giormo fa, quando mi sono guardato il quinto episodio della prima stagione di Hell on Wheels. Il capo del cantiere per la costruzione della ferrovia litiga con uno degli operai negri e per dirimere la questione viene ordinato loro di sfidarsi in un match di pugilato. I due accettano, ma alcuni neri vogliono dissuadere il loro compagno dal battersi: ''Se vinci i bianchi ti massacreranno lo stesso'', gli dicono. E lui, il personaggio di Elam, interpretato dal rapper Common, gli risponde: ''Per tutta la vita qualcun altro ha deciso chi io fossi. Da ragazzo avevano deciso che ero uno schiavo. Dopo la guerra hanno deciso che ero un  operaio, questa è l'unica occasione che ho per decidere chi sono''.
   La coincidenza è la riprova della qualità di Hell on Wheels, serie che la Amc ha già annunciato di aver rinnovato per una seconda stagione dopo i dieci episodi della prima. La storia è quelal di un ex soldato sudista che dopo la fine della guerra di Secessione cerca di trovare i soldati nordisti che massacrarono sua moglie. L'uomo finisce nel cantiere della ferrovia e ne diventa il capo. La serie funziona, sia per la verosimiglianza della cornice (il fango che domina incontrastato sulla scena e sporca tutto e tutti) sia per l'obiettività con cui tratta il tema dell'invasione da parte dei bianchi, del loro ''inferno su ruote'', ma anche della loro religione, nel territorio degli indiani. 
   E alla fine gli si perdona pure il protagonista, un tizio belloccio che si chiama Anson Mount e che sembra aver mandato a memoria gli spaghetti western di Leone, quelli in cui Clint Eastwood, di cui Anson non ha però lo spessore, aveva solo due espressioni: una col sigaro e una senza sigaro. 


mercoledì 2 maggio 2012

Homeland e quel dazio alla serialità *

*Paacs (post ad alto contenuto di spoiler)

   La serialità ti offre la possiblità di vedere gli sviluppi di una storia che ti appassiona. Ma ti costringe spesso a scendere a patti con la necessità degli sceneggiatori di allungare, stiracchiare le storie anche se sta scrivendo una serie di grande qualità. Anche se la suddetta serie avrebbe chiuso perfettamente il cerchio in dodici episodi. Lo testimonia la prima stagione di Homeland. La serie ci mette undici puntate per arrivare al gran finale di stagione che, è chiaro, avrebbe dovuto terminare con la morte di Brody. Ma la serie ha avuto un grande successo, ha vinto i suoi bravi premi e quindi va rinnovata per una seconda stagione. Bene, si potrebbe scommettere su un nuovo personaggio, su una storia che parta dalla prima stagione ma prenda altre strade.
   E invece no, la serialità made in Usa impone di salvare i protagonisti: credo sia nato così il finale di stagione in cui la bomba di Brody fa cilecca, come fosse un tric-trac comprato sulle bancarelle. In cui il terrorista dai capelli rossi pronto a farsi saltare in aria finisce nel cesso a rimettere insieme i fili della bomba col meccano. In cui la figlioletta riesce a telefonare al papy un nanosecondo prima che spinga il detonatore.
   Peccato, una caduta di stile riparata solo in parte dal momento di lucidità del personaggio di Claire Danes, quella sì, l'unica verosimile fino in fondo. Un dazio pagato alla serialità che Homeland dovrà scontare nella seconda stagione. E dovrà davvero stupirci per farcelo dimenticare.
   Ma se la quasi perfetta circolarità della prima stagione di Homeland è stata violentata dai nuovi contratti, la macchia è ancora più evidente in serie come Lost, in cui gli scenggiatori volevano far credere di avere un disegno ampio, che comprendesse tutte le stagioni girate. Ma questa è proprio un'altra storia...

mercoledì 4 aprile 2012

Touch. Toccante quanto un ramo d'ortica

di Ellery Queen  

   Avete presenti gli improbabili intrecci a base di inverosimili coincidenze che si moltiplicano nei serial dopo quattro-cinque stagioni, sintomo di grave stanchezza creativa degli sceneggiatori e preludio alla mesta chiusura della serie? Gli ideatori di Touch, in onda da tre settimane su Fox, hanno pensato di fare di meglio (si fa per dire). Ed ecco quindi, non dopo qualche anno ma sin dall’inizio, trame basate quasi esclusivamente sul non plausibile. Kiefer Sutherland, a spasso dopo le ultime poco gloriose annate di 24 e il continuo rinvio della trasposizione cinematografica delle avventure di Jack Bauer, ci mette la faccia come protagonista e produttore esecutivo; ma appare difficile che Touch possa sopravvivere oltre la prima stagione, almeno se la serie proseguirà nel solco di quanto visto con i primi episodi.
   L’idea di fondo è per certi versi ambiziosa: trasformare in storie di vita vissuta le teorie secondo cui le leggi matematiche, più o meno invisibili, siano alla base della vita degli esseri umani e creino connessioni misteriose tra le esistenze,  così che le singole vite, per un perverso (o benefico, chi può dirlo…) effetto domino, possano essere sconvolte – o salvate – da un gesto apparentemente insignificante compiuto con noncuranza dall’altra parte del globo. Idee suggestive e impalpabili, care ai filosofi della matematica, che Tim Kring – creatore di Touch – e i suoi sceneggiatori mettendo in pratica esasperando (… e superando ampiamente i limiti dell’inverosimile) gli intrecci, gli incontri e le loro conseguenze. Nel secondo episodio, ad esempio, un boss mafioso russo si redime per un’improvvisa telefonata del figlio; la sua conversione salva la vita a un venditore di arachidi che gli doveva dei soldi; il venditore di arachidi può così uscire da uno stadio lasciando la porta socchiusa, e consentendo a un giovane indiano di superare i controlli, entrare nell’impianto e spargere sul prato le ceneri del padre, appassionato di baseball. Non finisce qui, roba da fare un baffo a Branduardi e alla sua Fiera dell’Est. L’indiano si era incontrato in precedenza con una hostess, che si lascia scappare un cane destinato al figlio del mafioso russo; per inseguire il quadrupede, la ragazza arriva sul tetto di un ospedale appena in tempo per riconciliarsi con il padre malato di cancro; il pover’uomo stava per lanciarsi nel vuoto, a malapena trattenuto dal povero Sutherland (trovatosi lì non chiedetemi come e perché, mi ci sono perso…) coinvolto in questo improbabile ginepraio di azioni e reazioni dal figlio autistico. 
   Il bambino, dietro il muro del silenzio e dell’incomunicabilità, cela la dote di saper penetrare la trama dei numeri e delle connessioni che legano l’universo; dunque conosce – e favorisce – mosse assurde ma destinate a produrre inimmaginabili quanto benefiche conseguenze.
    Simili plot odorano di artefatto lontano un miglio, e quindi non riescono a coinvolgere e nemmeno a suscitare quella lacrimuccia che è l’obiettivo palese di una trama inverosimilmente buonista, dove tragedie di ogni tipo si incrociano producendo, per chissà quale misteriosa somma algebrica, un’impressionante serie di happy end messi in fila. Il risultato è noioso, stucchevole. Certo, si potrebbe obiettare, gli appassionati della tv fiction amano sognare, godono nello scoprire labirinti su isole perdute nel tempo e nello spazio; non a caso il meccanismo della ‘sospensione dell’incredulità’ è teorizzato come elemento essenziale per calarsi in una rappresentazione e gustarla a fondo. Sì, ma occorre sempre saper giocare con lealtà le carte che si hanno in mano e rispettare le premesse di partenza. Se costruisco un serial basato sul paranormale, ogni sconfinamento nell’improbabile è lecito. Se pretendo di avvincere gli spettatori con intrecci di storie ‘normali’, e non posseggo il talento narrativo del regista Inarritu (che in 21 grammi e Babel costruisce mosaici di vite a incastro suscitando profonde emozioni), ho l’obbligo di conservare almeno una parvenza di plausibilità. Anche perché la vita, quella vera, scorre – ahinoi – su binari fin troppo diversi da quelli di Touch.  E la melassa del lieto fine a tutti i costi, anziché consolare, finisce per essere irritante.

sabato 17 marzo 2012

Wisteria Lane? Provincia di Dallas

di Ellery Queen

Cappello da cowboy in testa, sguardo di ghiaccio, ghigno luciferino. Tra le icone televisive degli anni ’80 c’è sicuramente lui, J.R. Ewing, il cattivissimo di Dallas, serial tra i più longevi della sua epoca (prodotto per 14 stagioni, dal 1978 al 1991), in grado di sbaragliare la concorrenza di altri telefilm di quel periodo (Dynasty, Falcon Crest) ugualmente basati su faide e amori in ricchissime e litigiosissime famiglie americane. Sono trascorsi più di vent’anni dall’ultimo episodio (intervellati da un paio di tv movies) ma il fascino di Dallas e dei suoi protagonisti – in primis Larry Hagman, interprete del perfido primogenito di casa Ewing – non ha perso appeal per i teledipendenti, che si chiedono con giustificata rabbia per quale astrusa ragione l’Italia sia forse l’unico grande paese al mondo dove a ncora non sono disponibili in dvd le 14 stagioni dell’epopea creata da David Jacobs e pilotata, per la Lorimar productions, dal produttore-regista-sceneggiatore Leonard Katzman.

Ora si attende con curiosità la messa in onda – dal 13 giugno negli Usa – del nuovo Dallas, incentrato sulle vicende dei figli di J.R. e di Bobby Ewing, John Ross e Christopher. Nuova generazione, stessi conflitti del passato e un cast di giovani attori (protagonisti Josh Henderson e Jesse Metcalfe, quest’ultimo noto in Italia nei panni dell’aitante giardiniere che conquista, in Desperate Housewives, le grazie di Gabrielle Solis) con la carismatica partecipazione di tre dei mostri sacri dell’epoca: Linda Gray (Sue Ellen), Patrick Duffy (Bobby), e ovviamente lui, super Larry Hagman, oggi 80enne e nuovamente ammalato di tumore (dopo aver già sconfitto un cancro in passato) ma sempre in prima linea nel condurre intrighi in salsa texana, tra politica e affari.

Sarà molto difficile, per non dire impossibile, che la nuova serie affascini il pubblico e catturi l’audience come quella originale. Si spera, semmai, che la produzione della nuova serie convinca i detentori dei diritti italiani a distribuire finalmente il ‘vecchio’ Dallas anche in dvd. Negli ultimi anni, Hallmark Channel ha riproposto quegli episodi in tv e chi li ha seguiti ha potuto constatare come le trame e la recitazione del serial reggano e spesso vincano il confronto con molte delle osannate serie contemporanee, almeno per le prime sei-sette stagioni e prima che il logorio della serialità avesse la meglio sulla fantasia degli sceneggiatori.

Il modello della grande saga familiare oggi è praticamente scomparso dagli schermi, specie dopo il flop di Dirty Sexy Money, che per sole due stagioni aveva provato a riproporre quei plot in chiave attuale reclutando stelle di ieri e di oggi (Peter Krause, Donald Sutherland, Jill Clayburgh). Ciò nonostante, Dallas resta un modello per certi versi insuperato di produzione cattura-ascolti basata su un intreccio intrigante ma lineare, senza effetti speciali e senza improbabili grovigli fatti di cospirazioni e doppi-tripli-quadrupli giochi spesso fini a se stessi. Le storie degli Ewing avvincono e non annoiano; piacciono al pubblico tipico delle soap operas, ma anche ai palati più fini che si lasciano conquistare dai raffinati intrighi di J.R., dal glamour delle quadriglie sentimentali, dagli scontri per conquistare pozzi di petrolio e quote di potere distruggendo gli avversari grazie anche e soprattutto a giocate sporche: corruzione, menzogne, tradimenti e chi più ne ha…
Chi scrive ha rivisto di recente i primi 100 episodi di Dallas. Colpisce il fatto che, con una produzione molto meno costosa di quanto avvenga oggi e team creativi ben più esigui (i titoli di testa dei serial contemporanei sono dominati da schiere di producers, executive producers, co-producers e dintorni, quelli di Dallas erano una manciata di nomi) si riesca a mantenere sempre viva l’attenzione dello spettatore. Era quello degli anni ’80 un pubblico meno smaliziato, e quindi risultava più facile raccogliere milioni e milioni di spettatori davanti all’interrogativo di chi avesse sparato a J.R., ‘mitica’ puntata che fece segnare un record mondiale di audience? Forse. Ma l’artigianato ben fatto conserva nel tempo la sua qualità, e la semplicità non teme il confronto con gli anabolizzati epigoni di una televisione sempre più abituata a mascherare la carenza e la ripetitività delle idee dietro confezioni patinate, dove l’involucro elegante cela la pochezza del contenuto. E allora ben venga, o ritorni, un sano prodotto d’altri tempi: come ben sintetizza un mio amico e complice di sbornie televisive, non puoi apprezzare Ammaniti se non conosci Poe. E dunque Dallas rappresenta un archetipo irrinunciabile anche per i tv-addicted del Duemila.

lunedì 12 marzo 2012

Homeland, l'autoanalisi collettiva post 9/11

Direi che è giunto il momento di dire due parole su Homeland, sicuramente la migliore novità della stagione, targata Showtime, quelli di Dexter, Californication e Shamless, tanto per buttarne lì tre.
E' giunto il momento perchè, siamo alla sesta puntata, la serie nata dalla penna di Alex Gansa e Howard Gordon (due che si sono fatti le ossa con X Files e 24, per intenderci) comincia a delinearsi come una grande autoanalisi collettiva dell'americano medio a dieci anni dall'11 settembre.
La serie parte da una soffiata in una prigione afgana a Claire Danes: un americano convertito all'islam prepara un nuovo, disastroso attentato su suolo Usa. Guarda caso proprio in quei giorni  un marines dato per morto otto anni prima viene ritrovato sano (non tanto) e salvo (questo sì) e torna in patria. La ragazza fa due più due e si accanisce sul redivivo soldato. Da questo momento, però, i ruoli cominciano  confondersi. 
C'è un alto in grado della Cia (Mandy Patikin) che prega in ebraico ma forse...
C'è una coppia formata da una ragazza americana e un ingegnere afgano in cui la terrorista è lei...
C'è la protagonista, l'ex Giulietta di Baz Luhrmann, che interpreta una donna psicotica ma nonostante questo in forza alla Cia. E questo scalfisce un bel po' di certezze
C'è insomma la consapevolezza nello spettatore che una certa idea di America granitica nella lotta al terrore sia stata solo propaganda e che Homeland (guarda caso "madrepatria") sia lì apposta per smascherarla. Un'idea non a caso premiata da chi ha un certo sguardo indipendente sugli Usa e infatti la serie ha vinto il Golden Globe (assegnato dalla stampa estera a Hollywood) come miglior serie drammatica.
E, insomma, se l'idea è questa vale davvero la pena di seguirlo.